Senza orologio al polso
Con tutti coloro che si sono commossi leggendo “L'insostenibile leggerezza dell’essere”, che hanno sognato sulla moto di Fedro alla ricerca della qualità della vita, che hanno odiato il finale di “Easy rider”, che hanno creduto che si potesse volare insieme a Jonathan.
L'uomo che spezzava le catene
Offriamo
ai nostri lettori alcuni capitoli del romanzo, presi qua e là, come esempi
strategici della narrazione.
ANNI CINQUANTA
Anita
2. L’uomo
che spezzava le catene
Il
fiume scorreva lento e marrone ai piedi del piccolo paese assolato, le case piccole e bianche riflettevano i
loro comignoli fermi nell'acqua che
andava verso il mare, l'erba dei prati e le foglie dei pochi alberi erano immobili,
immersi nella grande calura.
Il
grande silenzio pomeridiano era rotto a tratti da qualche voce proveniente dall'osteria a fianco
del porticato, all'ombra del quale una giovane donna cuciva seduta sulla
soglia di un grande portone spalancato.
Il
suo sguardo vagava oltre il fiume, oltre il castello che si ergeva sull'altra sponda, per disperdersi chissà dove, lontano,
in luoghi sconosciuti ed inimmaginabili, per arrivare ad una grande città rumorosa
e febbrile, dove tutto era movimento, frastuono, vivacità.
Alla
sinistra del piccolo borgo, nella piazza del mercato tra i fumi del calore che salivano dal terreno, rendendo tremulo alla vista tutto ciò che velavano, riposavano tre carrozzoni
colorati e sgangherati, con le tendine e vasi
di fiori, ormai secchi, alle finestre.
Due cavalli
brucavano la poca erba, senza allontanarsi dai carri.
Ogni
cosa era immersa nel silenzio e nella calura, il paese con le sue case ed i suoi abitanti stava aspettando
che il giorno si compisse per cominciare quella
che sarebbe stata una grande
festa.
Nel
giorno di Sant'Agostino, patrono del paese, la piazza del mercato veniva trasformata in una pista da ballo.
La banda del paese, vestita della
festa, avrebbe suonato fino a sera tarda e gli attori venuti da molto lontano, che ora dormivano
nei carrozzoni, avrebbero
intrattenuto il pubblico con numeri strabilianti e mozzafiato, dei quali si sarebbe
parlato sino alla successiva festa patronale.
Se,
visto da fuori, il paese pareva morto, in ogni casa le ragazze da marito
fremevano impazienti per potere cominciare i preparativi per la sera.
Piano
piano cominciò ad alzarsi una tiepida brezza annunciante il calare
del sole.
I carrozzoni furono i primi a dare segni di risveglio: prima qualche persiana si spalancò, poi un occupante si avventurò fuori, sedendosi sui gradini della scaletta.
Nelle case le ragazze
cominciavano a stirare
i pizzi, a stringere i busti,
ad arricciare i capelli.
Quando
tutto fu pronto, i membri della banda nelle loro uniformi rosse con i
bottoni dorati come quelle dei generali, presero posto su di una pedana
e cominciarono ad accordare gli strumenti.
Gli
uomini e le donne dei carri di tespi, allestiti gli scenari, indossati i vestiti
stravaganti, dipinte le facce, accesi i fuochi,
attiravano l'attenzione esibendosi in piroette e contorsioni.
E
il piccolo borgo si svegliò
dal suo torpore.
Finalmente
i paesani cominciarono ad arrivare a due a due, a tre a tre, tutti impettiti, tirati a festa, chi accompagnava una
figlia, chi due, chi di più.
I primi, timidamente, prendevano posto nelle sedie impagliate prestate dal parroco, che erano state
disposte in più file di fronte alla pedana della
banda.
Le ragazze
si aggiustavano, sedendosi, gli orli delle gonne e sbirciavano le concorrenti, che continuavano ad arrivare più numerose, sebbene tutti mantenessero lo sguardo rigidamente rivolto verso i suonatori, già cominciavano i pettegolezzi sulle acconciature,
sugli abbigliamenti dell'una e dell'altra, allorché la festa incominciò.
Anche la giovane donna che, nel pomeriggio, riparandosi dal sole
sotto il porticato, aveva finito di cucire il suo abito per la festa
raggiunse la piazza del mercato in compagnia della madre e della sorella
minore.
Aveva
diciotto anni, era piccola e rotonda, portava un abito di raso celeste come i suoi occhi, con grosse
maniche gonfie sulle spalle e stretto alla vita, aveva raccolto i capelli biondi in una crocchia fermata
alla nuca con delle piccole
forcine.
Le
tre donne si fermarono all'ingresso della piazza, studiando la situazione,
poi si avviarono a passi veloci verso tre sedie libere nelle ultime file e si sedettero, una dopo
l'altra, impettite e sussiegose guardando
diritto davanti a sé.
La banda
intonò una mazurka.
Ad un'anziana coppia, che cominciò a ballare sul selciato del mercato, seguirono altre coppie. Le numerose ragazze rimaste sedute fremevano in attesa di un cavaliere che le invitasse a ballare. I giovanotti stavano tutti in piedi, altrettanto impazienti, alla destra della banda: i più giovani improvvisavano conversazioni e scherzi per farsi notare.
Un
po' in disparte nel gruppo, un giovane che veniva da un piccolo borgo vicino, osservava le coppie che
ballavano e teneva d'occhio contemporaneamente la postazione delle
signorine.
Era
alto e moro con un profilo magro e regolare interrotto da un paio di baffi; gli occhi erano di un nero brillante. Era visibilmente impacciato, stretto nel colletto inamidato della sua camicia.
La ragazza piccola e rotonda fu invitata a ballare e, dopo aver avuto il cenno di assenso
della madre, si diresse nel luogo dove già le danze imperversavano, insieme al suo cavaliere.
Ballò,
ballò, ballò fino a quando l'ultima polka terminò e vennero annunciate le strabilianti esibizioni
della gente dei carrozzoni. Tutti i ballerini
si fecero da parte.
Ai saltimbanchi seguì il mangiafuoco e l'eccitazione della festa aumentava sempre di più, sino a quando si
presentò l'uomo che spezzava le catene.
Era
un ragazzone alto quasi due metri, con i capelli biondi come i lunghi baffi: un suo compagno lo legò ben
bene intorno alle spalle e alle
braccia con delle grosse catene di ferro, chiamò qualcuno tra il pubblico che si assicurasse che le catene
fossero state serrate.
Il
tamburo della banda rullò più volte: nella piazza del mercato cadde
un
silenzio di attesa, accompagnato da un grande urlo, l'uomo,
piantando
saldamente i piedi per terra, gonfiando il petto si liberò
delle
catene. Dal mormorio iniziale della piazza si alzò prima qualche
urlo
e poi un grande fragoroso applauso.
Le
ragazze sembravano impazzite, rapite
dal magnetismo e dalla forza del
grosso uomo biondo sconosciuto. Sebbene la diffidenza nei confronti degli stranieri in un piccolo
paese contadino con pochi abitanti fosse
enorme, tutte, nessuna
esclusa, morivano dalla
voglia di avvicinarsi, di rivolgergli la
parola, di toccare quella
rarità.
Poi la festa riprese e i ragazzi, risollevati dal fatto che l'attenzione si spostasse nuovamente su di loro, ricominciarono ad invitare le signorine a ballare.
Il
giovanotto moro che aveva fatto solo un ballo o due, cambiando ragazza
ogni volta, si avventurò alla ricerca di una nuova ballerina.
Questa volta ballò con la biondina
dal vestito azzurro.
Anche
se in paese tutti si conoscevano, in occasioni come questa non
si
risparmiavano riverenze, atti d’ossequio, convenevoli tra i partecipanti, come
imponeva l'etichetta di quei tempi. E chi più eccedeva in questa
pratica, più era considerato e riverito.
Il
ragazzo stretto nel colletto inamidato si trovava imbarazzato tra tutte quelle riverenze, perché in fondo
anche lui era un po' straniero: sebbene venisse
da una tenuta poco distante
dal paese, era comunque
un estraneo, incapace di comprendere i doppi sensi e i sottintesi dei suoi coetanei stretti tra loro da una forte
solidarietà di campanile.
Farfugliò
qualche parola alla sua disinvolta e sicura compagna di ballo, la quale, si sentiva molto lusingata di essere stata
scelta da lui tra tutte le
ragazze presenti.
Ballarono
fino a che le danze furono interrotte una seconda volta per l'esibizione del mangiatore di fuoco e
mentre la folla si faceva in disparte
radunandosi a cerchio intorno alla nuova attrazione, l'uomo che spezzava le catene, seguendo uno
schema da lui collaudato durante le
tappe del suo vagabondare, si avvicinò alla biondina dal vestito celeste che in piedi tra la folla si accingeva a seguire l'esibizione del mangiafuoco e
cominciò a parlarle.
Le
raccontò le meraviglie del suo lavoro e della sua libera vita di giramondo, le raccontò di paesi lontani,
degli sfarzi di feste regali, dei luoghi stupefacenti che aveva visitato nel suo continuo
errabondare. E alla fine le
propose di fuggire con lui.
La
sagra del paese stava volgendo al suo termine, l'ultima esibizione del carro di tespi era finita, l'aria si
era fatta più fresca, i chierichetti già
impilavano le sedie da riportare in sagrestia, qualche gruppo familiare
dopo avere salutato
i vicini stava già per riprendere la strada di casa.
Il
giorno dopo la vita sarebbe ricominciata identica al giorno prima, al sorgere
del sole la maggior parte
dei partecipanti alla festa sarebbe ritornata al lavoro nei campi. E sarebbe ricominciata
l'attesa per la festa del paese dell'anno successivo.
La
ragazza dal vestito celeste si sarebbe ricordata quel giorno per tutto il resto della sua vita, non scelse
di fuggire alla ricerca di lidi lontani
con l'uomo che spezzava le catene, si sposò qualche mese dopo con il bel giovanotto moro.
Mia
nonna soleva raccontare spesso questa storia ed ogni volta, più il tempo trascorreva, amava farcirla di particolari inesistenti nel racconto precedente, emozionanti ed irreali.
Sicuramente,
nel corso del tempo si deve essere chiesta più volte come avrebbe potuto essere
diversa la sua vita se quella sera, dovendo scegliere tra due stranieri, tra
due personaggi diversi dalla quotidianità
di un paese così tranquillo e sempre uguale, avesse scelto il più straniero
dei due.
Ma
forse non fu mai consapevole del fatto che la storia dell'uomo che spezzava le catene le fu sempre d'aiuto
nella sua lunga esistenza per fuggire lontano
col pensiero, sopra un carrozzone colorato e misterioso, attraverso tundre nebbiose e
praterie assolate, dove con l'immaginazione
riusciva a spezzare le catene che la vita di
volta in volta le presentava.