Siamo lieti di presentare il romanzo: 

 Senza orologio al polso 

Lei e Lui, due figli unici, da poco affacciatesi all’adolescenza negli anni in cui l’educazione dei figli era al centro dei pensieri dei genitori. Ammodo, garbati, timidi, riescono a mala pena a rivolgersi la parola nell’ultimo giorno di scuola delle medie. Sogni, aspirazioni, desideri, ideali che si dipanano di decennio in decennio nel corso del secolo passato. Anita e Diego, ciascuno ripercorre le esperienze vissute, ciascuno artefice della propria vita, attraversano gli anni della contestazione dove scoprono, entrambi a modo proprio, la partecipazione, l'egualitarismo, il femminismo, la democratizzazione della cultura e gli anni del riflusso dove tali valori vengono sostituiti dall'individualismo, dal diritto al consumo, dalla seduzione del benessere e della moda. Due esistenze lontane nello spazio e nel tempo che, sfioratesi per un attimo durante l’adolescenza, si perdono di vista trascorrendo ciascuna la vita che il destino ha loro assegnato. Più volte i protagonisti percorrono lo stesso cammino, dove pare che le loro venture si incontrino, ma in un crescendo di lampanti e fatali coincidenze, ciò non accade. Nella narrazione che rivela le vite dei due personaggi attraverso eventi a volte briosi, a volte dolorosi, canzoni, film, programmi televisivi, eventi sportivi, protagonisti della cultura e della politica entrano a far parte dello scorrere delle loro vite. Un romanzo brillante, fresco, sarcastico che sa anche commuovere, la cui narrazione si svolge in un periodo di tempo caratterizzato da importanti circostanze sociali e storiche.

L'uomo che spezzava le catene

Offriamo ai nostri lettori alcuni capitoli del romanzo, presi qua e là, come esempi strategici della narrazione.

ANNI CINQUANTA

Anita 

 2. L’uomo che spezzava le catene

Il fiume scorreva lento e marrone ai piedi del piccolo paese assolato, le case piccole e bianche riflettevano i loro comignoli fermi nell'acqua che andava verso il mare, l'erba dei prati e le foglie dei pochi alberi erano immobili, immersi nella grande calura.

Il grande silenzio pomeridiano era rotto a tratti da qualche voce proveniente dall'osteria a fianco del porticato, all'ombra del quale una giovane donna cuciva seduta sulla soglia di un grande portone spalancato.

Il suo sguardo vagava oltre il fiume, oltre il castello che si ergeva sull'altra sponda, per disperdersi chissà dove, lontano, in luoghi sconosciuti ed inimmaginabili, per arrivare ad una grande città rumorosa e febbrile, dove tutto era movimento, frastuono, vivacità.

Alla sinistra del piccolo borgo, nella piazza del mercato tra i fumi del calore che salivano dal terreno, rendendo tremulo alla vista tutto ciò che velavano, riposavano tre carrozzoni colorati e sgangherati, con le tendine e vasi di fiori, ormai secchi, alle finestre.

Due cavalli brucavano la poca erba, senza allontanarsi dai carri.

Ogni cosa era immersa nel silenzio e nella calura, il paese con le sue case ed i suoi abitanti stava aspettando che il giorno si compisse per cominciare quella che sarebbe stata una grande festa.

Nel giorno di Sant'Agostino, patrono del paese, la piazza del mercato veniva trasformata in una pista da ballo. La banda del paese, vestita della festa, avrebbe suonato fino a sera tarda e gli attori venuti da molto lontano, che ora dormivano nei carrozzoni, avrebbero intrattenuto il pubblico con numeri strabilianti e mozzafiato, dei quali si sarebbe parlato sino alla successiva festa patronale.

Se, visto da fuori, il paese pareva morto, in ogni casa le ragazze da marito fremevano impazienti per potere cominciare i preparativi per la sera.

Piano piano cominciò ad alzarsi una tiepida brezza annunciante il calare del sole.

I carrozzoni furono i primi a dare segni di risveglio: prima qualche persiana si spalancò, poi un occupante si avventurò fuori, sedendosi sui gradini della scaletta.

Nelle case le ragazze cominciavano a stirare i pizzi, a stringere i busti, ad arricciare i capelli.

Quando tutto fu pronto, i membri della banda nelle loro uniformi rosse con i bottoni dorati come quelle dei generali, presero posto su di una pedana e cominciarono ad accordare gli strumenti.

Gli uomini e le donne dei carri di tespi, allestiti gli scenari, indossati i vestiti stravaganti, dipinte le facce, accesi i fuochi, attiravano l'attenzione esibendosi in piroette e contorsioni.

E il piccolo borgo si svegliò dal suo torpore.

Finalmente i paesani cominciarono ad arrivare a due a due, a tre a tre, tutti impettiti, tirati a festa, chi accompagnava una figlia, chi due, chi di più.

I primi, timidamente, prendevano posto nelle sedie impagliate prestate dal parroco, che erano state disposte in più file di fronte alla pedana della banda.

Le ragazze si aggiustavano, sedendosi, gli orli delle gonne e sbirciavano le concorrenti, che continuavano ad arrivare più numerose, sebbene tutti mantenessero lo sguardo rigidamente rivolto verso i suonatori, già cominciavano i pettegolezzi sulle acconciature, sugli abbigliamenti dell'una e dell'altra, allorché la festa incominciò.

 Anche la giovane donna che, nel pomeriggio, riparandosi dal sole sotto il porticato, aveva finito di cucire il suo abito per la festa raggiunse la piazza del mercato in compagnia della madre e della sorella minore.

Aveva diciotto anni, era piccola e rotonda, portava un abito di raso celeste come i suoi occhi, con grosse maniche gonfie sulle spalle e stretto alla vita, aveva raccolto i capelli biondi in una crocchia fermata alla nuca con delle piccole forcine.

Le tre donne si fermarono all'ingresso della piazza, studiando la situazione, poi si avviarono a passi veloci verso tre sedie libere nelle ultime file e si sedettero, una dopo l'altra, impettite e sussiegose guardando diritto davanti a sé.

La banda intonò una mazurka.

Ad un'anziana coppia, che cominciò a ballare sul selciato del mercato, seguirono altre coppie. Le numerose ragazze rimaste sedute fremevano in attesa di un cavaliere che le invitasse a ballare. I giovanotti stavano tutti in piedi, altrettanto impazienti, alla destra della banda: i più giovani improvvisavano conversazioni e scherzi per farsi notare.

Un po' in disparte nel gruppo, un giovane che veniva da un piccolo borgo vicino, osservava le coppie che ballavano e teneva d'occhio contemporaneamente la postazione delle signorine.

Era alto e moro con un profilo magro e regolare interrotto da un paio di baffi; gli occhi erano di un nero brillante. Era visibilmente impacciato, stretto nel colletto inamidato della sua camicia.

La ragazza piccola e rotonda fu invitata a ballare e, dopo aver avuto il cenno di assenso della madre, si diresse nel luogo dove già le danze imperversavano, insieme al suo cavaliere.

Ballò, ballò, ballò fino a quando l'ultima polka terminò e vennero annunciate le strabilianti esibizioni della gente dei carrozzoni. Tutti i ballerini si fecero da parte.

Ai saltimbanchi seguì il mangiafuoco e l'eccitazione della festa aumentava sempre di più, sino a quando si presentò l'uomo che spezzava le catene.

Era un ragazzone alto quasi due metri, con i capelli biondi come i lunghi baffi: un suo compagno lo legò ben bene intorno alle spalle e alle braccia con delle grosse catene di ferro, chiamò qualcuno tra il pubblico che si assicurasse che le catene fossero state serrate.

Il tamburo della banda rullò più volte: nella piazza del mercato cadde

un silenzio di attesa, accompagnato da un grande urlo, l'uomo,

piantando saldamente i piedi per terra, gonfiando il petto si liberò

delle catene. Dal mormorio iniziale della piazza si alzò prima qualche

urlo e poi un grande fragoroso applauso.

Le ragazze sembravano impazzite, rapite dal magnetismo e dalla forza del grosso uomo biondo sconosciuto. Sebbene la diffidenza nei confronti degli stranieri in un piccolo paese contadino con pochi abitanti fosse enorme, tutte, nessuna esclusa, morivano dalla voglia                      di avvicinarsi, di rivolgergli la parola, di toccare quella rarità.

Poi la festa riprese e i ragazzi, risollevati dal fatto che l'attenzione si spostasse nuovamente su di loro, ricominciarono ad invitare le signorine a ballare.

Il giovanotto moro che aveva fatto solo un ballo o due, cambiando ragazza ogni volta, si avventurò alla ricerca di una nuova ballerina.

Questa volta ballò con la biondina dal vestito azzurro.

Anche se in paese tutti si conoscevano, in occasioni come questa non

si risparmiavano riverenze, atti d’ossequio, convenevoli tra i partecipanti, come imponeva l'etichetta di quei tempi. E chi più eccedeva in questa pratica, più era considerato e riverito.

Il ragazzo stretto nel colletto inamidato si trovava imbarazzato tra tutte quelle riverenze, perché in fondo anche lui era un po' straniero: sebbene venisse da una tenuta poco distante dal paese, era comunque un estraneo, incapace di comprendere i doppi sensi e i sottintesi dei suoi coetanei stretti tra loro da una forte solidarietà di campanile.

Farfugliò qualche parola alla sua disinvolta e sicura compagna di ballo, la quale, si sentiva molto lusingata di essere stata scelta da lui tra tutte le ragazze presenti.

Ballarono fino a che le danze furono interrotte una seconda volta per l'esibizione del mangiatore di fuoco e mentre la folla si faceva in disparte radunandosi a cerchio intorno alla nuova attrazione, l'uomo che spezzava le catene, seguendo uno schema da lui collaudato durante le tappe del suo vagabondare, si avvicinò alla biondina dal vestito celeste che in piedi tra la folla si accingeva a seguire l'esibizione del mangiafuoco e cominciò a parlarle.

Le raccontò le meraviglie del suo lavoro e della sua libera vita di giramondo, le raccontò di paesi lontani, degli sfarzi di feste regali, dei luoghi stupefacenti che aveva visitato nel suo continuo errabondare. E alla fine le propose di fuggire con lui.

La sagra del paese stava volgendo al suo termine, l'ultima esibizione del carro di tespi era finita, l'aria si era fatta più fresca, i chierichetti già impilavano le sedie da riportare in sagrestia, qualche gruppo familiare dopo avere salutato i vicini stava già per riprendere la strada di casa.

Il giorno dopo la vita sarebbe ricominciata identica al giorno prima, al sorgere del sole la maggior parte dei partecipanti alla festa sarebbe ritornata al lavoro nei campi. E sarebbe ricominciata l'attesa per la festa del paese dell'anno successivo.

La ragazza dal vestito celeste si sarebbe ricordata quel giorno per tutto il resto della sua vita, non scelse di fuggire alla ricerca di lidi lontani con l'uomo che spezzava le catene, si sposò qualche mese dopo con il bel giovanotto moro.

Mia nonna soleva raccontare spesso questa storia ed ogni volta, più il tempo trascorreva, amava farcirla di particolari inesistenti nel racconto precedente, emozionanti ed irreali.

Sicuramente, nel corso del tempo si deve essere chiesta più volte come avrebbe potuto essere diversa la sua vita se quella sera, dovendo scegliere tra due stranieri, tra due personaggi diversi dalla quotidianità di un paese così tranquillo e sempre uguale, avesse scelto il più straniero dei due.

Ma forse non fu mai consapevole del fatto che la storia dell'uomo che spezzava le catene le fu sempre d'aiuto nella sua lunga esistenza per fuggire lontano col pensiero, sopra un carrozzone colorato e misterioso, attraverso tundre nebbiose e praterie assolate, dove con l'immaginazione riusciva a spezzare le catene che la vita  di volta in volta le presentava.